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L’impossibile è stato ucciso? Tutt’altro, anzi l’impossibile di oggi è da tenere in vita per poterlo superare domani.
Questo il messaggio che lascia Reinhold Messner alla serata evento di venerdì 4 maggio all’Auditorium Santa Chiara di Trento, nell’ambito del 66esimo Filmfestival.
Con la regia di Sandro Filippini, le musiche scelte da Carlo Massarini a fare da colonna sonora e alcuni reading di Stefano De Tassis, Reinhold Messner ha ricordato l’articolo, intitolato “L’assassinio dell’impossibile” da lui scritto nel 1968 e pubblicato sulla “Rivista mensile del Cai”.

“Times they are a changin”, cantava Bob Dylan ma poco si curavano gli alpinisti di quei momenti di lotta politica e sociale, che, per molti, rimanevano sullo sfondo. Anzi rifuggivano dai pericoli delle piazze per andare in montagna.
Nello scritto, Messner si scagliava contro le “direttissime” vinte chiodo dopo chiodo, con mezzi artificiali e invitava a progredire seguendo le fessure naturali della roccia, senza ferirla con chiodi a pressione. Proprio in quell’anno Reinhold Messner con il fratello Gunther realizzava la via da lui definita la più difficile della sua vita, superando la placca sul Pilastro di Mezzo del Sas dla Crusc nelle Dolomiti di Badia. «Fatto per disperazione, perché non potevo né a destra né a sinistra né tornare indietro e con un po’ di fortuna», ha ricordato lo stesso Messner che ha quindi chiamato sul palco Nicola Tondini, alpinista e guida alpina veneta. Nicola Tondini ha ripetuto in libera la placca e provandola per girare un filmato ha individuato la sequenza logica che ha seguito Messner per superarla con gli scarponi. La bellezza dell’arrampicata, secondo Tondini, sta nel trovare “linee autentiche” dal basso seguendo la regola “mai un passo di artificiale”, piuttosto la rinuncia per provare successivamente, perché è: «più importante il percorso del risultato finale».

Nell’anno in cui negli Stati Uniti venivano assassinati Martin Luther King e Bob Kennedy e le università e le piazze protestavano contro la guerra in Vietnam, Warren Harding  scalava a colpi di martello The Nose su El Capitan e poi Dawn Wall liberata tre anni fa da Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson. Tommy Caldwell ha dichiarato di essersi allenato per sette anni per portare a termine l’impresa in 19 giorni di arrampicata, studiando ogni singola sezione della via per individuare i movimenti e i passaggi su esili scaglie e realizzando una delle vie più difficili di oggi.

Mentre divampava il maggio francese e l’Unione Sovietica stroncava la primavera di Praga, in Italia si ascoltavano Battisti, De André, Guccini e Paolo Pietrangeli, morivano i braccianti nelle manifestazioni di Avola e Battipaglia e il Belice tremava per il terremoto. Reinhold Messner conduceva la sua battaglia contro la scala Welzenbach dei gradi di difficoltà alpinistica, «Dieci anni ci sono voluti per passare dal VI al VII grado» ha dichiarato Messner. Oggi le scale sono aperte e Adam Ondra il giovane scalatore ceco, ha realizzato il primo 9c con Silence nella grotta di Flatanger in Norvegia. «Forse ho il potenziale di migliorare ancora», ha dichiarato Ondra che scala da quando aveva cinque anni e ha ripetuto anche Dawn Wall in Yosemite. «Quando scalo non penso, devo separare il corpo dalla mente e affidarmi all’intuito», ha aggiunto.

L’avventura non si trova solo sulle vie di arrampicata, ma anche aumentano la lunghezza delle pareti e la quota. Così è la ricerca di  Hervé Barmasse interessato ad aprire vie nuove in stile alpino su pareti inviolate di Ottomila. «Sono partito dalla salita fatta da Reinhold Messner e Peter Babele sul Gasherbrum I nel 1975 e mi sono detto che devo partire di lì per il mio primo ottomila. Per motivi meteo ho ripiegato sulla via “normale” sulla Sud dello Shisha Pangma, salendo in tredici ore dal campo base e “rinunciando” a tre metri dalla vetta. Ma ho scelto tra la vita e la morte, perché la cornice era troppo pericolosa».

Messner ha ancora sottolineato la differenza tra “alpinismo di rinuncia” e “alpinismo di consumo”, quello che si fa oggi in Himalaya. «Dai miei eroi ho capito che bisogna essere disposti a fallire, ma il vero fallimento è quando si mette davanti il proprio ego», ha aggiunto Messner.

Da cinquant’anni al limite del possibile arrampica Manolo, detto “Il Mago”, che ha appena finito di scrivere l’autobiografia. Secondo Manolo oltre alla capacità di arrampicare serve la capacità di conoscere il pericolo.

Con Hansjoerg Auer, e il suo alpinismo di avventura sui Sei e Settemila metri si è conclusa la sfilata di alpinisti sul palcoscenico. Nicola Tondini ha riassunto il messaggio lanciato da Reinhold Messner per far sopravvivere l’alpinismo, dall’estremo in libera agli Ottomila senza ossigeno, a cercare il cuore dell’avventura, per spostare un po’ più in là l’impossibile.