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Andiamo a scoprire il trekking Selvaggio Blu, tra i più difficili d’Italia, attraverso le parole di Ingo Irsara, Guida alpina e hiker della Val Badia. Il cammino comincia a Santa Maria Navarrese, sulla costa orientale della Sardegna.

Sono nato e cresciuto in Val Badia e fin da bambino ho imparato a conoscere la montagna. Ricordo una domenica molto speciale quando con mio padre, salendo sul Civetta lungo la ferrata che stavamo percorrendo, vidi delle persone che arrampicavano. Rimasi colpito da quanto avevo visto e decisi che avrei voluto imitarli. E così feci, d’estate e d’inverno, passando sempre più tempo in montagna, finché un giorno tutto questo è diventato il mio lavoro.

Lo scorsa estate un gruppo di ragazzi di Bologna, che avevo accompagnato in escursione nel Parco Naturale Puez-Odle, mi confidarono il loro desiderio di andare in Sardegna a fare il Selvaggio Blu, precisando: “E’ il trekking più difficile d’Italia con tratti alpinistici, trovare il sentiero non è facile e vorremmo farlo con una guida alpina”. La proposta mi sembrò subito interessante anche se mi colse impreparato, infatti il Selvaggio Blu non lo avevo mai percorso e le mie informazioni si limitavano al ricordo di qualche frettolosa lettura.

Terminata la stagione estiva nelle Dolomiti decido di andare a vedere com’è il Selvaggio Blu. Acquisto un paio di guide e una cartina, scarico un po’ d’informazioni dal web e poi parto.

Sul traghetto che mi porta a Olbia mi dedico alla lettura. Le mie carte mi dicono che il Selvaggio Blu è stato ideato, ancora nel 1987, da Peppino Cicalò (Presidente del Cai Sardegna) e da Mario Verin (fotografo e alpinista) e ha assunto di anno in anno un interesse sempre maggiore. L’intento originale era la ricerca di un sentiero che partendo dalla guglia di Pedra Longa e seguendo le tracce lasciate dai carbonai, che tra queste balze di roccia vissero e operarono fino agli anni ‘60, e percorrendo un itinerario il più possibile a picco sul mare, raggiungesse la spiaggia di Cala Sisine. Cicalò e Verin riuscirono nel loro intento che richiese però diversi mesi di esplorazione. Oggi a chi percorre l’itinerario completo (ci vogliono dai 5 ai 7 giorni) è richiesto un buon allenamento, capacità di orientamento, adattamento (si bivacca sempre all’aperto) ed esperienza alpinistica.

Il solo carattere comune di tutta l’isola è la sua diversità
Ma la cosa che mi porta già a pregustare questo trekking la leggo sulla retrocopertina di uno dei mie libri: “Dal momento in cui lascerete Pedra Longa, farete qualche passo oltre la strada asfaltata, sarete immediatamente travolti dalla natura selvaggia. Da quel momento il vostro punto di riferimento sarà il blu del Mediterraneo alla vostra destra.”

Non ho idea di cosa significhi entrare nella natura selvaggia di questo angolo di Sardegna, penso ai luoghi più selvaggi che ho visto in giro per il mondo e immagino una possibile somiglianza. Ben presto mi accorgerò che non è possibile fare dei paragoni: nel Selvaggio Blu tutto è diverso e per muoversi dentro queste montagne è necessario ragionare in modo diverso.

A proposito di diversità, leggo che il solo carattere comune a tutta l’isola, dal punto di vista ambientale è proprio la sua diversità e ci sono almeno tre elementi che caratterizzano la biodiversità della Sardegna. Innanzitutto la sua posizione geografica nel Mediterraneo, uno dei “punti caldi” della biodiversità del Pianeta, con una straordinaria varietà di rocce e formazioni geologiche. Alla diversità geomorfologica si accompagna quella ambientale con differenti habitat e specie animali e vegetali. Il terzo elemento, il più evidente, è l’insularità. Questa determina l’impossibilità di scambi genetici tra le popolazioni vegetali e animali sarde con quelli di altri territori e ne fa un luogo unico e prezioso, ricco di specie endemiche esclusive. Ma per apprezzare la molteplicità di habitat e forme di vita occorre immergersi nella sua natura ed è quello che farò nei prossimi giorni.

Da Santa Maria Navarrese a Cala Sisine
Il mio cammino inizia a Santa Maria Navarrese, una frazione costiera del Comune di Baunei, nella parte meridionale del Golfo di Orosei che forma un’ampia insenatura di circa 40 km caratterizzata ovunque da falesie e da pareti calcaree verticali. Ho appreso dalle mie letture che il Golfo di Orosei è un sito di grande interesse naturalistico per la presenza di un elevato numero di specie endemiche e rare, vegetali e animali, sia lungo la fascia litoranea e nelle falesie, sia nelle aree interne elevate. Ad esempio, la costa compresa tra Cala Luna e Cala Sisine, fino agli anni ’70, è stata uno degli ultimi luoghi di riproduzione in Italia per la foca monaca. Nello stesso braccio di mare, da alcuni anni invece sono arrivate le balene che confermano l’elevata biodiversità del Golfo.
Lungo un facile sentiero raggiungo la guglia di Pedra Longa, salgo verso la grotta S’erriu Mortu, percorro la bella e panoramica cengia Giradili fino all’ovile Duspiggius (+760 m dislivello, 8 km). Dal Monte Ginnircu al Bacu Tenadili (bacu sta per valle), tra ovili e iscal’e e fustes (scale di ginepro attrezzate dai pastori) proseguo fino alla stupenda insenatura di Portu Pedrosu e poi su un facile sentiero raggiungo Porto Cuau (+210 m dislivello, 7 km).

Nella seconda tappa osservo profondi valloni dirupati e magnifici panorami nella Serra D’argius e dalla Punta Salinas. Seguo la sterrata che scende fino alla spiaggia di bianchi ciottoli di Cala Golortizè (+570 m dislivello, 7 km). Le profonde gole che incontro sono state scavate da antichi fiumi ora scomparsi o inghiottiti dall’altopiano carsico sovrastante. Questa sequenza di bastioni torreggianti sul mare è interrotta da numerose calette, che si affacciano su un mare color smeraldo. La costa che in molti tratti risulta inaccessibile, presenta un aspetto particolare, quello delle codule, torrenti che hanno inciso profondi canyon nella roccia.

Con la terza tappa il trekking si fa più impegnativo. Salgo sulla ripida pietraia di Boladina, fino alla Serra Lattone, dove vedo tutto l’itinerario verso nord. Scendo quindi in direzione del Bacu Mudaloru che raggiungo dopo la prima discesa in corda doppia. Il paesaggio vegetale è una successione di boscaglie di piante sempreverdi, soprattutto ginepri e lecci, e lungo le codule da oleandri (+600 m dislivello, 5 km).

Dal Bruncu Urele fino a Bacu Su Feilau e tramite la Scala Oggiastru fino all’ovile Mancosu. Da qui posso ammirare dall’alto Cala Biriola a conclusione della quarta tappa (+400 m dislivello, 3 km circa, con due calate in corda doppia e diversi tratti di arrampicata di III e IV grado).

Attraverso una singolare spaccatura nella roccia, detta Sa Nurca, e poi con altre due calate in doppia arrivo al bosco di Biriola e dopo al bosco di Orrònnoro. Supero il panoramico passaggio di Su strumpu, alcuni tratti di arrampicata e quattro discese in doppia fino all’incantevole spiaggia bianca di Cala Sisine, dove termina la mia quinta tappa (+100 m dislivello, 4 km).
Con un’altra giornata di facile cammino potrei raggiungere il paese di Cala Gonone, passando per Cala Luna e Cala Fuili. Ma per quest’anno il mio Selvaggio Blu termina qui.

E’ fatta. Il trekking più difficile d’Italia è alle mie spalle. Spero che la bellezza di questo percorso, così nascosto e impervio, conservi per sempre i suoi sentieri incerti, le difficoltà tecniche, le notti da trascorrere in una grotta accanto al fuoco, la sua natura unica e selvaggia. Io ritornerò quanto prima.

“SELVAGGIO BLU. IL TREKKING PIÙ BELLO E DIFFICILE D’ITALIA” è una storia di GOOD FOR ALPS 2015, magazine di AKU trekking&outdoot footwear.

foto Paola Finali – www.paolafinali.com

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