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Nel pomeriggio di sabato 10 agosto Reinhold Messner ha visitato l’Espace Grivel. Guidato da Gioachino Gobbi ha ammirato le collezioni di attrezzi alpinistici, corde, piccozze, ramponi, chiodi, scarponi, dall’Ottocento ai giorni nostri. Scherzosamente ha anche imbracciato il prototipo della piccozza più lunga del mondo (e forse anche la più pesante) con la guida di Courmayeur Attilio Ollier.

Alla sera, al Jardin de l’Ange, ha presentato il suo ultimo libro “L’assassinio dell’impossibile”, spiegandone i contenuti alla folta platea e lasciando come messaggio che per far sopravvivere l’alpinismo, dall’arrampicata estrema in libera agli Ottomila senza ossigeno, bisogna continuare a cercare l’avventura e a spostare un po’ più in là l’impossibile. Alla serata curata da Sandro Filippini, erano presenti anche il valdostano Hervé Barmasse e il francese Yannick Graziani, che con altri quaranta alpinisti hanno contribuito al libro con il loro punto di vista sullo stato attuale dell’arrampicata tradizionale e di quella libera.

“L’assassinio dell’impossibile” è anche il titolo di un articolo scritto da Reinhold Messner nel 1968. In esso Messner si scagliava contro le “direttissime” vinte con mezzi artificiali e invitava a progredire seguendo le fessure naturali della roccia, senza ferirla con chiodi a pressione. Proprio in quell’anno con il fratello Gunther realizzava la via, da lui definita la più difficile della sua vita, superando senza mezzi artificiali la placca sul Pilastro di Mezzo del Sas dla Crusc nelle Dolomiti di Badia. Oggi sono moltissimi quelli che arrampicano in palestre indoor (nella sola Tokyo ci sono circa ottocento muri di arrampicata) o su vie già tracciate con spit, ma «l’arrampicata sportiva è uno sport, non è alpinismo», ha affermato perentorio Reinhold Messner. Non lo è neppure la scalata di grandi montagne su vie preparate. «Al campo base dell’Everest ogni primavera arrivano centocinquanta Sherpa ad allestire la “pista” di salita, con corde fisse, depositi di bombole, tende e viveri. La gente cerca la montagna con meno rischio e meno fatica, ma con la cima a tutti i costi. Queste scalate sono turismo e non alpinismo. Bisogna spiegare questa differenza. – ha continuato Reinhold Messner – L’alpinismo d’avventura sta sparendo, relegato in un angolo ed è difficile per i giovani orientarsi. Il mio ultimo museo sul Plan de Corones (sesta installazione permanente del Messner Mountain Museum, n.d.r.) è dedicato proprio all’alpinismo tradizionale, di cui Walter Bonatti è stato l’ultimo grande esempio, perché i giovani almeno capiscano cosa è stato».

Nella mattinata di domenica 11 agosto a Skyway Reinhold Messner è intervenuto a una tavola rotonda con autorità istituzionali e operatori della montagna, sul futuro dell’alpinismo e del Monte Bianco, entrambi candidati al riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. «State candidando il Monte Bianco a patrimonio culturale e non naturale come le Dolomiti, un’ulteriore sfida. – ha dichiarato Reinhold Messner – È più semplice candidare una montagna a patrimonio naturale che culturale, però sotto la montagna selvaggia esiste una montagna fatta di lavoro e di persone che la vivono. Quella deve essere la vostra forza». Reinhold Messner ha anche ventilato l’ipotesi di una collaborazione con la Grivel per l’allestimento di un museo sulla storia dell’alpinismo a Skyway.

Grivel: la storia delle piccozze da alpinismo