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Le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che soggetti reduci da infarto cardiaco o sottoposti a bypass aorto-coronarici con normale funzionalità cardiaca e senza segni di ischemia, possono recarsi a quote medio alte senza problemi. Schmid, del centro cardiovascolare di Berna, ha studiato allo Jungfraujoch 22 pazienti sottoposti a intervento di angioplastica o bypass dopo infarto e con normale test da sforzo in pianura. Ha concluso che esercizio submassimale e ascensione rapida fino a 3454 metri per questi pazienti possono essere considerati sicuri.



Molti cardiologi della riabilitazione (centri di Sondalo e Veruno, per esempio) considerano l’ambiente di montagna a quote basse e medie luogo dove i cardiopatici, particolarmente motivati e gratificati dalla bellezza dell’ambiente, possono praticare attività fisica a livelli benefici per la loro salute. «Il termine “Montagnaterapia” coniato dagli psicologi può valere anche per i cardiopatici», afferma Giuseppe Occhi della riabilitazione cardiologica di Sondalo.



Un recentissimo lavoro firmato da Margherita Vona del centro di riabilitazione dell’ospedale Beauregard di Aosta, risponde alle richieste di quei pazienti che, superato un infarto, pur con una riduzione della funzionalità cardiaca, vorrebbero fare passeggiate in montagna, anche a quote superiori a 1500 metri, per esempio per arrivare fino a un rifugio. Il gruppo di cardiologi valdostani ha sottoposto 45 pazienti reduci da infarto cardiaco, stabilizzati, ad un test di 6 minuti di marcia in piano, a diverse quote: 500 metri, 2000 metri (Pila) e 2970 m (Cime Bianche), ottenendo risultati molto confortanti. A 2000 metri non ci sono differenze sostanziali nella tolleranza allo sforzo rispetto alla quota di 500 metri e a 2970 metri i pazienti hanno conservato una buona tolleranza al cammino, pur a fronte di una moderata diminuzione della performance (cioè si è ridotta la distanza percorsa in sei minuti). Altro dato significativo è che non sono comparsi né sintomi (dolori, mancanza di fiato), né complicazioni (aritmie) durante tutti i test eseguiti.



«Questo studio – spiega la dottoressa Vona – è il primo che dimostra che l’attività fisica in montagna sembra essere ben tollerata e priva di rischi anche per pazienti con una riduzione della funzionalità cardiaca, a patto di seguire alcune indicazioni. A 3000 metri devono ridurre l’intensità dello sforzo del 10 – 20%, cioè non strafare, salire gradualmente di quota, allenarsi prima dell’ascensione e seguire scrupolosamente la terapia prescritta, soprattutto quella per l’ipertensione. È stata osservata infatti la tendenza all’aumento della pressione arteriosa alla fine dello sforzo, con l’aumentare della quota».

Meno proibizioni, quindi, ma sempre molte attenzioni per trarre dall’attività fisica e dall’ambiente montano quanti più vantaggi possibili.



Oriana Pecchio







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