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Sabato 30 giugno i medici di montagna si sono incontrati ad Arabba, al confine tra le  Dolomiti bellunesi e trentine, nel convegno annuale della Società Italiana di Medicina di Montagna.

Il primo relatore Guido Giardini, neurologo dell’ospedale regionale di Aosta, ha illustrato le possibilità di frequentazione della montagna per chi è affetto da malattie cerebrovascolari. Se non ci sono problemi per le medie quote, al di sopra dei 2500 – 3000 metri esistono regole precise: “Per quanto si è a conoscenza – ha affermato Guido Giardini – un pregresso evento cerebrovascolare acuto (un ictus ischemico o emorragico),  rappresenta una controindicazione assoluta al soggiorno prolungato oltre i 3000 m. Per chi ha avuto  un attacco ischemico transitorio, il cosiddetto Tia, la proibizione assoluta esiste almeno nei primi sei mesi dall’evento, periodo in cui si osserva un aumento della reattività dei vasi cerebrali. La diminuzione dell’ossigeno, che a partire dai 3000 metri di quota comincia ad essere rilevante, determina infatti modificazioni della circolazione cerebrale”. 

Rimangono tuttavia alcuni aspetti epidemiologici da approfondire, per esempio quanto sia rischioso per questi pazienti recarsi in alta quota anche solo per un’ascensione giornaliera. Peraltro uno dei pazienti seguiti ambulatorialmente da Giardini si è recato addirittura al di sopra dei 5000 metri, fortunatamente senza problemi. Particolari cautele sono da riservare anche agli emicranici che dovrebbero sottoporsi a una serie di accertamenti specialistici prima di un soggiorno ad alta quota.

Corrado Angelini, professore di neurologia dell’Università di Padova, ha invece trattato le malattie neuromuscolari, demielinizzanti e degenerative, per le quali esistono quasi sempre controindicazioni al soggiorno in montagna ad alta quota e a molte delle attività da svolgere in ambiente montano.

La montagna alle medie quote rappresenta invece una risorsa riabilitativa e terapeutica per alcune patologie psichiatriche. Come ha riferito Alessandra Visentin, alcuni elementi che caratterizzano un’escursione di gruppo in montagna, come la solidarietà, la collaborazione, la coscienza delle proprie capacità, rappresentano  delle vere e proprie “conquiste” per questi pazienti. Le esperienze di montagnaterapia per il disagio psichico si stanno moltiplicando, come testimonia il sito www.sopraimille.it che raccoglie molte testimonianze.

Nella sessione riguardante l’allenamento e la preparazione mentale per le performance a medie, alte e altissime quote, si è parlato della preparazione di Bruno Brunod per il record all’Everest. Pur trattandosi di un caso singolo, l’esperienza dello skyrunner valdostano rappresenta un caso emblematico della preparazione fisica e psicologica da affrontare per un obiettivo di tale portata. Lo psicologo Pietro Trabucchi, che ha seguito Brunod anche nei record sull’Aconcagua e sul Kilimangiaro, ha parlato dell’importanza del controllo dell’attenzione e dell’ansia generata da vari fattori stressanti. Tra le tecniche adottate anche la respirazione lenta, di tipo yoga.

Infine Federico Schena, del CeBiSM di Trento, ha riferito sul potenziale uso dell’ipossia come arma per migliorare la performance negli sport di resistenza, come lo sci di fondo.