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Lo storico rifugio Pavillon del Mont Fréty passerà presto di proprietà della Regione autonoma Valle d’Aosta, grazie alla donazione da parte di Gioachino e Barbara Gobbi, attuali proprietari. La proposta è già stata accolta dalla Giunta Regionale ed è ora in attesa dell’approvazione del Consiglio regionale.

La struttura si trova sul Mont Fréty, a 2173 metri di quota, sopra Courmayeur, all'altezza della prima fermata della funivia del Monte Bianco e ha un valore storico e testimoniale inestimabile. Il Mont Fréty, sperone posto all’inizio della Val Ferret, coperto di verdi pascoli, è stato usato come alpeggio estivo sin dall’antichità. Ricoveri in pietra divenuti in seguito base per cacciatori e cercatori di cristalli , con la nascita dell’alpinismo, sono stati usati come base per raggiungere la cima del Monte Bianco, attraverso il Col du Midi, o per raggiungere Chamonix, salendo al Colle del Gigante o al Colle di Toula e scendendo per la Mer de Glace.

Nella seconda metà dell’Ottocento le guide di Courmayeur, costitutisi in Società nel 1850, ricavarono da un primitivo ricovero una costruzione più adatta a ricevere gli alpinisti e i primi turisti: fu forse il primo rifugio custodito del Sud delle Alpi, anteriore a quello dell’Alpetto, ai piedi del Monviso, datato 1866. L’abbé Amé Gorret e il barone Claude Bich, lo avevano già descritto nella loro “Guide de la Vallée d’Aoste” del 1876: «…le Mont Fréty, où les guides de Courmayeur firent construire un pavillon qu’ils louent à quelque hôtelier. On peut y loger, quoique l’on prétende que les vivres y sont un peut plus chers qu’à Courmayeur». Anche Edward Whymper lo cita nella sua guida “Chamonix and the range of Mont Blanc” del 1896, parlandone però come di luogo sporco e con gestori scortesi.

Nei primi anni Venti del Novecento, la guida alpina di Courmayeur Giuseppe Prospero Bertholier decise di investire nel rifugio i soldi che guadagnava durante l’inverno, a Parigi, dove lavorava come falegname, emigrante stagionale, com’era tradizione tra gli uomini di Courmayeur. Lo acquistò da Joseph Perrod che aveva ristrutturato la costruzione, dandole nuova dignità. Grazie alla magnifica collocazione, al buon cibo curato dalla moglie di Prospero, Serafina Fleur, e al progressivo sviluppo dell’alpinismo, pian piano il rifugio del Mont Fréty divenne un rinomato albergo e ristorante, dove si potevano incontrare gli scalatori più famosi dell’epoca: Emilio Comici, Gabriele Boccalatte, Renato Chabod, Amilcare Crétier, Ugo di Vallepiana, Giusto Gervasutti, per ricordarne alcuni. Le mucche dell’alpeggio fornivano latte, formaggi, burro e carne. Il resto saliva a scadenze regolari con il mulo che riusciva a oltrepassare il Mont Fréty e persino a salire un pezzo del sentiero che portava al rifugio Torino, fino alle cosiddette “porte del mulo”. Rimaneva il pane da portare su fresco tutti i giorni e l’incarico fu affidato, appena ne fu in grado, alla figlia minore di Prospero, Romilda, che per vincere la noia della routine imparò a scendere e a risalire facendo la calza, come erano abituate a fare le portatrici carniche, le “carnielle”.

Intanto i venti di guerra soffiavano anche sulle Alpi e dopo l’entrata dell’Italia nel conflitto, il Mont Fréty divenne zona di confine, sempre più visitato dai militari di stanza ad Aosta e Courmayeur.  Proprio il Pavillon fu teatro dell’incontro tra l’aitante ufficiale degli Alpini, Toni Gobbi, avvocato, istruttore alla Scuola Militare Alpina e appassionato di alpinismo, e la bionda Romilda, insegnante durante l’inverno e al lavoro nel rifugio di famiglia durante l’estate. Complici gli occhi azzurri di Romilda e il Monte Bianco, Toni lasciò la toga per dedicarsi all’alpinismo a tempo pieno, divenendo aspirante guida nel ’43 e guida nel ’46.

Il 18 ottobre 1943 sposò Romilda e dal matrimonio nacquero prima Gioachino e poi Barbara.  Intanto era cominciata la costruzione della funivia per il rifugio Torino, giustificata da esigenze belliche. Terminata nel 1947, con il rifugio Torino, ormai facilmente raggiungibile, divenuto base per le ascensioni nel massiccio del Monte Bianco, il Pavillon perse le caratteristiche di rifugio alpinistico, privilegiando il lato alberghiero. Prospero e Serafina Bertholier nel 1948 cedettero la gestione a Giulio Salomone, torinese appassionato di alpinismo, divenuto poi guida e maestro di sci a Courmayeur.

A metà degli anni ’50 divenne famoso nel mondo per aver ospitato una setta di intellettuali milanesi, studiosi di sistemi  filosofici e di dottrine religiose. Erano guidati da di Fratello Emman, al secolo il pediatra Elio Bianca, che profetizzava la fine del mondo per le 13,45 del 14 luglio 1960. Dall’Apocalisse si sarebbero salvate solo poche persone radunatesi sulle montagne del Tibet e in pochi altri luoghi, tra cui appunto il Mont Fréty. Di tutta quella storia rimane la copertina della “Domenica del Corriere” disegnata da Walter Molino con il Pavillon sotto l’apparizione in cielo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse tra nubi tempestose.

Negli anni successivi il locale diventa luogo di ritrovo e di ristoro per i sempre più numerosi sciatori che godono della discesa del ghiacciaio del Toula e poi della pista del Pavillon, fino a La Palud. Sono percorsi difficili, per buoni sciatori che diventano un gruppo affiatato ed elitario e si ritrovano abitualmente al Pavillon, fino al 17 febbraio del 1991, quando una valanga travolge e uccide dodici di loro. Si chiude la pista del Pavillon e con essa la storia dello sci dal Mont Fréty, rimanendo praticabile solo il fuoripista. In seguito il rifugio viene dato in affitto alla Società delle Funivie del Monte Bianco, che ne fa un suo punto di ristoro. 

Oggi la costruzione, rinnovata, è in pieno stato di efficienza; la cucina del ristorante, splendidamente gestita, merita una visita e il panorama delle montagne, che sembra di poter toccare con un dito, è ancora emozionante anche per chi lo conosce bene. La nuova funivia, in fase avanzata di costruzione, è destinata a portare una seconda giovinezza a questi luoghi carichi di storia e di tradizione.

Proprio la storicità del luogo, ricco di testimonianze di fondamentale importanza per Courmayeur e l’intera Valle d’Aosta, è la motivazione prima della donazione alla Regione, con le clausole di mantenere la destinazione d'uso attuale e di intitolare il rifugio a Romilda e Toni Gobbi. «La fama di Courmayeur, i grandi flussi turistici, la ricca situazione economica degli abitanti di Courmayeur e della Valdigne sono in parte frutto del lavoro della nostra generazione, ma in gran parte frutto di quanto i nostri predecessori ci hanno lasciato. Possiamo e abbiamo potuto fare molto perché abbiamo ereditato una situazione che rendeva possibile questo sviluppo – spiega Gioachino Gobbi – Dobbiamo ricordare che quello che hanno fatto è stato realizzato in tempi molto meno facili dei nostri, in cui tutto era più difficile e non esistevano le disponibilità finanziarie e tecniche di oggi. Tanti valdostani e tanti immigrati hanno creduto nelle potenzialità alpinistiche, sciistiche, turistiche delle nostre zone. Tanti si sono trasferiti qui convinti di poter sviluppare un lavoro importante e proficuo. Queste generazioni hanno creato Courmayeur e la sua ricchezza. Noi abbiamo potuto fare tanto perché partivamo dal tanto che ci avevano lasciato. Si usa dire: “abbiamo potuto vedere lontano perché siamo saliti sulle spalle di giganti”. Abbiamo quindi delle responsabilità nei confronti dei giganti che ci hanno preceduto. Una responsabilità familiare nei confronti dei nostri genitori, dei nostri nonni e degli antenati dei quali dobbiamo conservare la memoria e i nomi: ecco il perché della clausola del nome di Romilda e Toni Gobbi per il rifugio. La responsabilità sociale nei confronti di tutta la comunità in cui ognuno dei predecessori ha contribuito a spianarci la strada motiva la donazione alla regione valle d’Aosta. Una parte del personale torna al collettivo: paghiamo una parte del nostro debito».

Secondo quanto ha dichiarato il presidente Augusto Rollandin, la Regione s’impegnerà anche a valorizzare oggetti e testimonianze custoditi all’interno del rifugio per dare loro un’adeguata sistemazione di tipo museale.