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Da domenica 5 agosto è aperto a Courmayeur l’Espace Grivel. Non è una mostra o un museo, ma, secondo la definizione di Gioachino Gobbi che lo ha ideato e allestito di persona, «uno spazio vivo che si trasforma, dove si possono toccare gli oggetti». Piccozze e alpenstock, ramponi e grappette, scarponi e scarpine, accanto alla collezione di affiches storiche sull’attrezzatura di montagna, alle copertine della Domenica del Corriere e altri periodici, alle stampe della prima ascensione del Monte Bianco, accompagnano i visitatori a ritroso nel tempo, a duecento anni fa quando a Les Forges, sull’altra riva della Dora, nasceva la “Grivel”.

Sempre domenica 5 agosto la Grivel ha festeggiato i suoi primi duecento anni di storia con una manifestazione pubblica. (vedi video). Cosa non da poco per un’azienda a gestione familiare, seppure dal 1981 sia stata acquisita da Gioachino Gobbi, che ha infuso nuova linfa in un albero secolare. Grivel è una delle poche aziende nel mondo a vantare una storia piena di successi fino a essere tra le leader del mercato internazionale di attrezzatura per l’alpinismo. Ed è un vanto per Courmayeur essere la sede di tale azienda. Proprio nella sala del consiglio comunale Gioachino Gobbi ha consegnato al sindaco Stefano Miserocchi un pannello in larice con due piccozze e un paio di ramponi. «Questa cerimonia – ha dichiarato Gioachino Gobbi – vuole onorare uno dei luoghi più iconici e importanti per la comunità locale e vogliamo in questo modo ricordare a tutti che le montagne sono la ragione dell’esistenza del paese».

Ma chi è Gioachino Gobbi?  E’  nato a Courmayeur il 24 agosto del 1945.  I genitori Toni e Romilda Bertholier si erano conosciuti al rifugio di proprietà della famiglia Bertholier, il Pavillon du Mont – Fréty, che l’uomo della pianura Toni Gobbi, ufficiale degli Alpini e istruttore della Scuola Militare Alpina, nonché avvocato, aveva frequentato sin dall’inizio del secondo conflitto mondiale. I nonni materni erano tipici courmayeuresi: Prospero d’estate lavorava come falegname e guida alpina e la moglie Serafina Fleur era donna di casa e contadina. Nell’inverno si trasferivano a Parigi, lei come nurse di bambini di famiglie nobili e ricche, lui fornitore di cornici, colori e pennelli agli allievi della Scuola delle Belle Arti. Con i soldi così guadagnati nei primi anni Venti del secolo scorso acquistarono il rifugio-albergo Pavillon du Mont Fréty. Grazie alla collocazione strategica e al buon cibo curato da Serafina, il rifugio del Mont Fréty divenne un rinomato albergo e ristorante, dove si potevano incontrare gli scalatori più famosi dell’epoca, da Emilio Comici a Gabriele Boccalatte, da Renato Chabod a Giusto Gervasutti.

Lasciata la toga, l’avvocato Toni Gobbi divenne guida alpina e si dedicò all’alpinismo a tempo pieno, lasciando una traccia importante come alpinista e come guida. Casa Gobbi divenne ben presto luogo di ritrovo per gli alpinisti e le guide alpine dei due versanti del Monte Bianco. «Gaston Rébuffat veniva così spesso da noi che lo chiamavo “papà Gaton” – confida Gioachino Gobbi – Poi c’erano Lionel Terray, Jean Franco, Edouard Frendo, Jean Couzy, Raymond Lambert. Ricordo, avrò avuto sette anni, quando venne a cena Maurice Herzog e l’impressione che ebbi nello stringergli la mano priva delle dita, amputate dopo i congelamenti all’Annapurna». Più avanti la casa era frequentata anche da Walter Bonatti con il quale Toni Gobbi realizzò la prima salita assoluta del Grand Pillier d’Angle al Monte Bianco.

Gioachino Gobbi, cresciuto a pane e alpinismo, dopo le elementari e le medie frequenta a Torino il liceo classico e poi la facoltà di Economia e Commercio, dove si laurea nel 1969 con una tesi, pubblicata, sugli scarponi da sci e da montagna. Quando può torna a Courmayeur e al Monte Bianco dove Toni lo guida sulle vie classiche del massiccio. Ha solo venticinque anni quando il padre muore travolto da una valanga al Sasso Piatto, nelle Dolomiti e si ritrova a dover gestire il negozio di articoli sportivi. «Il negozio, intitolato a mio padre, era il punto di ritrovo degli alpinisti di tutto il mondo presenti a Courmayeur: potevano ricevere lì la loro posta, studiare le previsioni meteo, lasciare i loro commenti sulle condizioni e sulle difficoltà di una via nuova o conosciuta – racconta Gioachino Gobbi – Mi tornano in mente le chiacchierate con Gary Hemming, che trascorreva molte ore nel negozio, e le cantate, le bevute e le mangiate con Kurt Diembergher». Nel negozio gli alpinisti possono soprattutto trovare le ultimissime novità in fatto di attrezzatura, che Gioachino raccoglie frequentando, unico allora, tutte le fiere mondiali e i congressi di alpinismo. Quello di Toni Gobbi diventa uno dei negozi di alpinismo più famosi al mondo. Contemporaneamente si dedica alla sua passione per i prodotti e diventa collaboratore di numerose aziende del settore dello sport.

Nei primi anni ’80 Gioachino Gobbi rileva la Fratelli Grivel di Courmayeur, un’azienda di antiche tradizioni che dal 1818 fabbrica attrezzature per alpinisti, tipicamente piccozze e dal 1909 ramponi da ghiaccio. «Tutto andava rivisto: i prodotti, le tecnologie, i mercati, ma mantenendo il valore del nome e della storia. Da quelle basi è stato ricostruito il complesso aziendale: nuova fabbrica, nuove tecnologie, nuovi prodotti e diffusione sui mercati mondiali». Intanto al fianco di Gioachino, nella vita e nel lavoro, arriva Betta Frera. «Il suo aiuto è stato risolutore soprattutto nel marketing», afferma Gioachino. Oggi più del 90% della produzione viene esportato in tutti i paesi del mondo in cui la parola “alpinismo” abbia un significato.

Da sempre attento e rispettoso dell’ambiente e del territorio, e non solo perché pensa ai ghiacciai e alle montagne come indispensabile complemento della sua produzione di attrezzatura da alpinismo, negli ultimi anni Gioachino Gobbi ha investito molto sulle “tre erre” del futuro energetico, il risparmio, il riciclo e il riuso. «Il primo rispetto da avere è quello per il territorio: già eravamo contenti di usare l’energia idroelettrica che caratterizza la nostra valle, ma questo utilizzo rimaneva circoscritto alla quantità che noi usiamo per le nostre fabbricazioni. Abbiamo cercato di andare oltre, producendo energia pulita e vendendola sul mercato e abbiamo pensato al fotovoltaico, sia perché è una fonte di energia inesauribile e che non produce scorie (gas combusti, residui, ecc), sia perché l’utilizzo del tetto della nostra fabbrica per posare i pannelli fotovoltaici non occupa suolo e territorio naturale e riutilizza con nuova destinazione un’area già occupata. Abbiamo isolato il tetto di settemila metri quadrati per ottenere un’altissima efficienza termica dell’edificio e lo abbiamo coperto di pannelli solari perfettamente integrati alla struttura, senza forzature estetiche». I 3.656 pannelli dell’impianto erogano 516 kW di potenza; la produzione di energia giornaliera può coprire il consumo di 194 famiglie; ogni giorno viene evitata l’emissione di 806 kg di CO2 nell’atmosfera, pari all’inquinamento di una automobile che percorra 5.800 km e ogni anno l’impianto evita l’utilizzo di 1.173 barili di petrolio. Durante il suo ciclo vitale, stimato in venticinque anni, l’impianto produrrà dodici milioni di kWh (kilowattora) che corrispondono al fabbisogno energetico medio di una famiglia per 4.200 anni. Quando è stato costruito nel 2010 era il più grande impianto fotovoltaico della Valle d’Aosta. «Oltre a produrre con energia solare, dedichiamo molta attenzione al riciclo: per esempio i nostri zaini sono fatti al cento per cento in tessuto riciclato dalle bottiglie di plastica. Sono contrario a produrre montagne di rifiuti e se l’Italia è il primo paese al mondo nel riciclo di carta e cartone, credo si possa fare anche per altri materiali. E infine c’è il riuso, cioè cambiare la destinazione d’uso degli oggetti, senza utilizzare nuova energia o impiegandone una minima quantità». Per arredare l’Espace Grivel quasi tutti i materiali sono stati “riusati”.

L’Espace Grivel rimane aperto per la visita, gratuita per quest’anno di celebrazioni, dalle 16 alle 19 tutti i giorni almeno fino a fine agosto.