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La storia di Alessio e Attilio Ollier, guide di Courmayeur raccontata nel libro “Fratelli e compagni di cordata” di Guido Andruetto (Corbaccio 2018, 17,90 euro).
Alessio e Attilio Ollier non sono stati due semplici guide di Courmayeur, sono stati anche formidabili alpinisti, tra i protagonisti dell’alpinismo valdostano degli anni Sessanta, soprattutto su terreno misto e il libro ne riporta alla memoria imprese ed exploits.

Già il nonno Alessio e il papà Aldo erano guide alpine. Aldo dal 1960 fu custode della capanna Gamba, piccolo storico rifugio posto tra i ghiacciai del Brouillard e del Frêney, poco lontano da dove oggi sorge il rifugio Monzino, che l’ha sostituita dal 1965.
Comincia Alessio, classe 1934, ad appassionarsi alle scalate, alternando l’attività in montagna al lavoro di muratore. Lo segue Attilio, di otto anni più giovane, che diventa aspirante guida (portatore, come si diceva al tempo) già nel 1961, a soli diciannove anni. Da allora, quasi sempre insieme, inanellano salite prestigiose, talvolta con amici guide di Courmayeur, talvolta con clienti. Per citare solo le ascensioni più importanti, nel 1964 portano a termine la prima invernale della cresta ovest delle Grandes Jorasses, l’anno dopo la prima invernale della “Poire” con Franco Salluard, la loro impresa più prestigiosa, descritta nel libro con dovizia di particolari. All’inizio degli anni Sessanta il loro era ancora un alpinismo “eroico”: i tre erano dotati di scarponi di cuoio, seppure speciali, con pantofola interna di pelle di renna, e maglioni di lana e piumini per affrontare temperature che arrivarono sino a meno 38°C. L’impresa ebbe vasta eco sulla stampa nazionale e il plauso del mondo alpinistico.

Fratelli e compagni di cordata

Nel 1969 accompagnarono un cliente, Angelo Manolino, alpinista chierese che aveva casa al Villair di Courmayeur, vicino a quella degli Ollier, nella prima italiana della cresta integrale di Peuterey. Angelo Manolino, scomparso in un incidente stradale nel 1977, dopo aver scalato la Noire e la cresta di Peutérey dalla Blanche al Monte Bianco, aveva lanciato l’idea e i due fratelli si può dire non aspettassero altro. Un primo tentativo, a fine luglio, fu interrotto da un terribile temporale seguito da un’abbondante nevicata. Sedici giorni dopo, nonostante i rischi mortali corsi appena due settimane prima, gli Ollier e Angelo Manolino erano di nuovo all’attacco e in due giorni di scalata vinsero la cresta.

Una parte del volume è dedicata al contributo dei fratelli Alessio e Attilio Ollier al soccorso alpino. In particolare si descrivono gli interventi per trarre in salvo René Desmaison bloccato da una bufera di neve sulle Grandes Jorasses, durante l’invernale della direttissima alla Punta Walker, e per soccorrere le due cordate, sorprese anch’esse dal maltempo, sul Pilone centrale del Frêney, nel 1961. Un ultimo capitolo è dedicato all’attività di ricerca dei cristalli, alcuni dei quali sono oggi esposti nella sala “Hans Marguerettaz” della stazione di Punta Helbronner della funivia Skyway.

L’autore Guido Andruetto ripercorre la storia dei fratelli Ollier e insieme delle guide di Courmayeur, non solo attraverso i ricordi di Attilio, ma anche con testimonianze e interviste a amici e clienti. Reinhold Messner nella prefazione riconosce il valore alpinistico della cordata degli Ollier, a lui emotivamente vicini perché, come lui e Gunther, erano fratelli. Nella postfazione Edy Grange, guida alpina di Courmayeur così sintetizza le prerogative degli Ollier: «Credo che Alessio e Attilio siano tra i pochi di cui si possa dire che furono non solo dei grandi alpinisti, ma anche delle formidabili e indiscutibili grandi guide alpine».